L’Assegno unico e universale continua a essere uno degli strumenti principali di sostegno alle famiglie con figli a carico, ma nel 2026 arriva una novità destinata a cambiare profondamente la platea dei beneficiari.
Una modifica normativa, infatti, interviene su uno dei requisiti più discussi, ampliando l’accesso alla misura a migliaia di nuovi lavoratori. Fino a oggi, per ottenere l’assegno era necessario dimostrare una residenza continuativa in Italia per almeno due anni. Un vincolo che aveva escluso molte persone, soprattutto lavoratori europei occupati nel nostro Paese ma con famiglia all’estero.
Con la nuova impostazione, questo requisito viene eliminato. Al suo posto entra un principio diverso e molto più inclusivo: conta il lavoro svolto in Italia, non più la residenza anagrafica.

Chi avrà l’Assegno Unico nel 2026 – Dantect.it
In pratica, chi è cittadino dell’Unione Europea e lavora regolarmente nel nostro Paese potrà accedere al beneficio anche se i figli vivono in un altro Stato membro.
Chi può richiederlo adesso
La riforma introduce un criterio chiave: per ottenere l’assegno è sufficiente essere iscritti a una gestione previdenziale italiana e versare i contributi. Non è più necessario dimostrare una permanenza prolungata sul territorio.
Questo significa che potranno beneficiare della misura:
- lavoratori dipendenti o autonomi attivi in Italia;
- cittadini europei con figli residenti all’estero ma fiscalmente a carico;
- frontalieri e lavoratori che operano nel nostro Paese pur avendo la famiglia in un altro Stato UE.
Si tratta di un cambiamento concreto, che secondo le prime stime potrebbe coinvolgere circa 50.000 nuovi beneficiari.
Importi e condizioni restano legati all’ISEE
Non cambiano invece le regole sugli importi. L’assegno continuerà a variare in base all’ISEE familiare, con cifre che per il 2026 oscillano tra circa 58 euro e oltre 200 euro al mese per figlio. La somma più alta spetta a chi ha un indicatore economico basso, mentre in assenza di ISEE o con valori elevati si riceve l’importo minimo. Resta inoltre la possibilità di percepire l’assegno fino ai 21 anni dei figli, senza limiti di età in caso di disabilità.
Per chi lavora in Italia ma non risiede stabilmente nel Paese, l’assegno sarà proporzionato ai mesi effettivi di attività lavorativa. La domanda dovrà quindi essere aggiornata periodicamente, in base alla durata del rapporto di lavoro. Diverso il discorso per i cittadini extra-UE, per i quali restano in vigore le regole attuali, tra cui il possesso di un permesso di soggiorno di lungo periodo.
Questa modifica nasce anche dalle osservazioni delle istituzioni europee, che avevano sollevato dubbi sulla compatibilità delle vecchie regole con i principi di libera circolazione e parità di trattamento. Oggi il sistema cambia prospettiva: non è più la residenza a determinare il diritto, ma il contributo lavorativo nel Paese. Un passaggio che rende l’Assegno unico più coerente con il contesto europeo e, soprattutto, più accessibile.








